Quando per la prima volta giunsi a Panama era
il Febbraio del '94 e ciò avvenne in circostanze del tutto fortuite…
almeno, questo è quanto avrei affermato prima dell'inizio di questa
ricerca.
Sbarcando all'aeroporto di Panama City, in un
caldo umido che annunciava chiaramente la destinazione caraibica, mi accorsi
che avevo perso, cambiando aereo, un bagaglio a mano contenente una catena
a cui ero molto legato. Malgrado non me ne rendessi ancora conto, la perdita
di quel bagaglio è stata e sarà la causa di quanto sarò
in grado di dire in questo libro che, pur avendo l'impostazione di un saggio,
non vuole essere una dissertazione filosofica, ma piuttosto il frutto di
una serie, non casuale, di meditazioni riguardanti eventi 'casuali'.
A quei ricercatori che vorranno volare con me
'oltre il mare', in un mondo che non ci è del tutto familiare, cioè
quello che chiamerei 'il mondo del pensiero sacro', auguro la fortuna che
è capitata a me, cioè quella di perdere il proprio piccolo
(ma ingombrante) bagaglio, a cui siamo inevitabilmente 'legati': la pesantecatena
del pregiudizio e dell'attaccamento alle proprie idee.
Il 23 Luglio del 1994 mi recavo a Panama per la
seconda volta in soli cinque mesi, questa volta determinato a cercare di
comprendere, attraverso il pensiero e l'arte dei popoli indigeni di quei
luoghi, la relazione esistente fra gli Archetipi celesti(Idee), gli archetipi
(intesi come il riflesso degli archetipi celesti nella realtà dell’uomo),
l’Immagine-del-Simbolo e l’Uomo: come quest’ultimo potesse avere
la capacità di mediare e, nello stesso tempo, di farsi interprete
di un differente e più elevato grado di realtà.
L'approccio che ho prediletto è stato
quello di non considerare ogni singolo problema, cultura o dato culturale
come una realtà a se stante, appartenenti ad un solo microcosmo
umano, ma ho cercato bensì di ribaltare l'elemento particolare su
un piano universale. In altri termini, al fine di comprendere quanto ci
trovavamo ad investigare, ho cercato di elevare ogni elemento al livello
del principio che lo sottende, in modo da osservarlo da un più ampio
orizzonte.
Durante la mia pratica artistica ho potuto constatare
che non tutte le immagini hanno lo stesso grado di pregnanza, così
come, ad esempio, non tutte le immagini possono sostenere la pregnanza
di un Simbolo, cioè veicolarne energeticamente (spiritualmente e,
quindi, psicologicamente) il significato da questa semplice osservazione
sorgono spontanee alcune domande: 'Quando parliamo di comunicazione cosa
intendiamo?' 'Quando si può dire che la comunicazione avvenga su
un piano universale?''Quali sono le caratteristiche che deve avere una
forma affinché sia comunicativa sul piano universale?' 'Esistono
gradi distinti della comunicazione così come esistono differenti
gradi di coscienza fra i individui?' 'Da quale grado di consapevolezza
proviene una capace di comunicare su un piano universale?' 'Esistono dei
canali preferenziali della comunicazione?' 'Che rapporto esiste fra la
comunicazione e la trasformazione?'.
La ricerca che presenterò è scaturita,
come si può vedere, da una semplice constatazione alla quale hanno
fatto seguito una miriade di domande a cui non ho potuto fare a meno di
cercare una risposta. L’osservazione, in sé banale, cela quel
tipo di implicazioni dalle quali sembra impossibile poterci districare,
a meno che non si sia disposti a compiere un ampia circumnavigazione attorno
al problema. È probabile che questo tipo di difficoltà si
presenti ogni qualvolta ci si ponga la meta di comprendere: i principi,
intesi come cause, che sottostanno al presentarsi di una certa realtà,
la ragione per cui quella certa realtà si manifesti in quel certo
modo, il tutto reso più complesso dal tentativo di cogliere l’insieme
delle implicazioni che ne derivano. In altre parole credo che la vera difficoltà
di ricerca sopravviene ogni qualvolta si osservi un fenomeno come una realtà
dinamica, e per questo motivo in perenne trasformazione, volendo tentare
di penetrarne i princìpi formanti, cioè quelli che sottendono
all’armonia fra le singole parti e delle singole parti con il tutto.
Questo è quanto il mio lavoro si è
proposto di comprendere e di spiegare; cioè se una Immagine-del-Simbolo
ha una elevata capacità di comunicare contenuti, tanto nella sfera
spirituale quanto in quella psicologica usando la forma sensibile, qual
è allora la chiave che permette di accedere ad una tale trasformazione?
Qual è quell’elemento che permette di correlare fra loro due realtà
così apparentemente distanti come la dimensione spirituale e quella
sensibile?
Questo saggio vuole tentare di mostrare quello
spiraglio posto fra i due livelli di realtà attraverso il quale
al nostro occhio è consentito operare la loro riunione. Questa dimensione
dell’essere viene indicata con più nomi, uno di questi è
quello di Visione o Intuizione che, nel suo aspetto più elevato,
sta a significare il tramite attraverso il quale il mistico, l’artista-mistico
e lo sciamano colgono le realtà trascendenti riplasmandole in Immagini-del-Simbolo.
La Visione, tuttavia, non è una dimensione
statica ma, al contrario, è un processo in atto la cui comprensione
è possibile solo qualora si sia creata la corretta rete di connessioni,
che a sua volta costituisce il contesto attraverso cui la Visione assume
la sua oggettiva concretezza. Al di fuori del suo reale contesto
essa svanisce come un miraggio, lasciando all’osservatore non accorto solo
il residuo di aberranti fantasmagorie. Allora, attraversare l’oceano è
valso allo scopo di cercare una risposta alle mie domande, lì dove
il giusto contesto potesse garantire l’autenticità dell’esperienza.
Poiché il lavoro di carattere antropologico-artistico
che ho svolto sul campo costituisce il momento fondante di tutto il percorso
conoscitivo, per poter iniziare la trattazione vera e propria riteniamo,
in primo luogo, di dover esporre i princìpi etici che ci hanno guidato
nel rapportarci con queste culture.